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Scazzottata futurista e "merda d'artista" di Piero Manzoni - dialogo inedito tra don F



˗ Com'è andata la vostra gloriosa giornata, Pancho? Avete tratto giovamento sia nel corpo sia nello spirito da queste vostre ore di libertà? ˗ gli domandò Felix manifestando un genuino interesse quando in serata se lo vide comparire nuovamente davanti. ˗ Bene, almeno credo! E penso di avere capito tre cose di non poco conto. La prima è che per comprare un biglietto della metropolitana ci vuole una laurea in economia, una pazienza infinita e grande autocontrollo per evitare di commettere un crimine. La seconda, che l'insaziabilità dei preti in fatto di soldi non conosce confini e nemmeno vergogna, a lasciarli fare ti portano via pure le mutande. La terza è che anch'io, se solo m'impegnassi un poco, potrei fare l'artista. ˗ Mal rammento dell'ultima sciagurata volta in cui ho osato avventurarmi nelle puzzolentissime viscere della ferrovia sotterranea, aria soffocante, sporcizia, esalazioni corporee... e pertanto me ne rammarico poiché non afferro la tua, che immagino sia una più che acuta osservazione, ma sono sicuro che vi sarà tempo e modo in cui mi chiarirai l'arcano... Per quanto concerne la tua seconda affermazione, l'avidità dei preti è un fatto risaputo, mastini che si gettano sul malcapitato, vi si accaniscono, e con le loro fetide zanne gli macinano pure le bianche ossa; e con questo non mi dici nulla di nuovo; ma mi giunge oltremodo insolita, e ammetto di non comprendere, questa tua brama di darti all'arte... posso chiederti in quale disciplina? ˗ Non in una in particolare... ho avuto modo di vedere alcune... non saprei bene come chiamarle, cose futuriste. ˗ Futurismo, ohibò!, mi pare strana questa tua affermazione, ancora più sorprendente: mai avrei pensato che la tua fosse una fiducia illimitata nel progresso, il rifiuto delle vecchie e ammuffite ideologie! Non ti vedo abbracciare i principi del dinamismo, della velocità, dell'industria, del militarismo, del nazionalismo e della guerra... cos'è che io non ho ben compreso di questo tuo lato nascosto del tuo animo? ˗ Non saprei... per intanto, mi piace il nome: futuristi!, e poi, credo, che quei signori dovessero essere gente simpatica, che conducessero una bella vita, che sapessero divertirsi... Tipo, tipo... in questo momento non ricordo i loro nomi. ˗ Cordiali? Affabili?... forse, io direi più estroversi, espansivi... a tal proposito mi ricorrono alla mente Marinetti, Boccioni e Carrà, i protagonisti della famosa baruffa... sì, insomma, la celeberrima scazzottata. ˗ Come, come? Una scazzottata? Pare interessante! Don Felix, racconti! ˗ Come vuoi, poiché l'argomento pare sia di tuo interesse, te ne darò ampia e particolareggiata notizia... Appena rientrato in Italia nel 1911, Ardengo Soffici, il quale oltre a impegnarsi nell'attività di pittore era anche e soprattutto capace scrittore, si recò a Milano e tra i suoi numerosi impegni trovò anche il tempo per visitare una mostra di opere futuriste. Tornato a Firenze pubblicò a riguardo un non troppo benevolo articolo, ma forse anche più di uno, su La Voce, la rivista fondata qualche anno prima da Prezzolini e Papini. In quel velenoso articolo Soffici dichiarò senza risparmiarsi nei termini che dalla visita a quella esposizione ne aveva avuto una "delusione sdegnosa", così scriveva; e come se non bastasse criticò l'intero movimento futurista definendolo come privo di originalità e per nulla degno di interesse, e poi ancora, riferendosi ai membri del gruppo "dei clowns tragici che vogliono spaventare un placido pubblico ignorante". ˗ Perbacco! Non si era proprio risparmiato nei termini pungenti! ˗ considerò Pancho, non riuscendo a camuffare una punta di ironia. ˗ Già!... A quelle tremende parole i futuristi Marinetti, Boccioni e Carrà andarono su tutte le furie, e decisero che sarebbe stato non tanto opportuno quanto doveroso fargliela pagare, e con i giusti interessi. Pertanto andarono a Firenze, giungendovi di sera. Appena scesi dal treno si recarono al caffè delle Giubbe Rosse dove sapevano che avrebbero trovato il loro detrattore insieme molto probabilmente agli altri redattori della Voce, i quali consideravano quel caffè il loro quartier generale. I futuristi milanesi si sedettero all'esterno, intorno a uno dei tanti tavolini che si allungavano sulla piazza e, poiché non sapevano quale aspetto avesse il Soffici, Boccioni si rivolse a un cameriere e lo pregò di indicargli chi fosse il famoso critico artistico-letterario Ardengo Soffici, e quello gentilmente glielo indicò. Boccioni, senza perdere tempo si avvicinò a Soffici, ma per meglio essere sicuro gli chiese: "È lei il signor Soffici?". Quell'altro gli rispose di sì, che era proprio lui, senza avere anch'egli la minima idea di chi avesse di fronte. A quel punto Boccioni, senza aggiungere altre parole, gli allungò un paio di schiaffoni, tanto vigorosi da farlo cadere dalla sedia e precipitarlo sotto il tavolino. Ma Soffici non si perse d'animo: si rialzò immediatamente e afferrato il suo bastone da passeggio iniziò a menar fendenti in direzione dell'avversario, aiutato nell'impresa dai due amici che si trovavano in sua compagnia. A quel punto la mischia divenne furibonda, vi fu un fuggi fuggi generale, tavoli rovesciati, bicchieri che si schiantavano a terra, signore spaventate che strillavano come galline, un vero putiferio, insomma! La baraonda, com'era comprensibile, richiamò le forze dell'ordine che si raccolsero intorno agli esagitati in numero tale che sarebbero state d'avanzo nel reprimere una sommossa popolare. Calci, pugni e bastonate volarono in grande quantità e senza risparmiare nessuno: futuristi, redattori della Voce, agenti di Polizia. Infine la forza pubblica ebbe il sopravvento, e i partecipanti alla rissa furono tutti portati al commissariato di pubblica sicurezza di San Giovanni, accompagnati da una folla entusiasta ed eccitata negli animi. Qui il funzionario di Polizia, di cui non ricordo il nome, prese a interrogare i fermati, e subito si accorse di non avere a che fare con dei giovinastri, con degli abituali perturbatori della quiete pubblica, in quanto erano abbigliati in maniera molto distinta e dai loro tratti e dalle loro parole ben si capiva che fossero degli intellettuali. Chieste loro le generalità, venne così a scoprire chi erano, riconoscendoli quali i fondatori e principali propugnatori di quel nuovo movimento artistico-letterario di cui si sentiva tanto parlare a quel tempo, il Futurismo. Il primo a essere interrogato fu Boccioni in quanto tra tutti si era distinto come il più accanito nella zuffa. Il Boccioni si presentò, disse quanti anni aveva, che di mestiere faceva il pittore, e che apparteneva orgogliosamente al movimento futurista. Dopodiché spiegò le ragioni che lo avevano portato a quell'azione: la logica conseguenza all'articolo del Soffici in cui si era espresso rivolgendo volgari ingiurie all'indirizzo del loro movimento e della loro arte, in particolare a quella del suo amico pittore Carrà, ritenendosi inoltre soddisfattissimo di quanto era avvenuto e delle ferite inferte al Soffici, il quale nel frattempo si trovava alla guardia medica insieme a un vicebrigadiere anch'egli ferito per farsi medicare una ferita lacero contusa alla fronte che sarebbe poi guarita nel giro di dieci giorni... Dopo Boccioni fu interrogato Marinetti, che si qualificò come poeta e letterato futurista. Raccontò a sua volta i fatti che concordarono perfettamente con la versione di Marinetti. Dichiarò inoltre di non avere colpito il Soffici, ma si affrettò ad aggiungere che ciò era stato solo perché non era arrivato in tempo, e che della qual cosa era estremamente dispiaciuto... Anche Carrà confermò la versione degli altri due e la convenienza delle percosse inflitte a Soffici il quale nel frattempo dal Pronto Soccorso era giunto al commissariato... Pure Soffici concordò su quanto avevano detto i suoi assalitori e alla domanda se volesse sporgere denuncia per aggressione questi rispose di no, e pertanto tutti quanti furono rimessi in libertà come se nulla fosse accaduto... ˗ Bene! Mi fa piacere che questo Soffici non abbia sporto denuncia: sono sempre seccature. Rogne! ˗ ... A quel punto parve che tutto si fosse risolto per il meglio e che gli animi fossero rientrati entro i confini della ragione ma non era così: il giorno seguente, verso le due e mezza del pomeriggio i futuristi si trovavano all'interno della stazione di Santa Maria Novella, a passeggiare sotto la pensilina in attesa che arrivasse il treno che li avrebbe riportati a Milano, quando il direttore de La Voce Prezzolini, Slataper, Soffici e altri due redattori del giornale li raggiunsero e li affrontarono, decisi a vendicare l'aggressione del giorno prima. Pare che fu proprio Prezzolini, a dispetto del suo carattere mite, ad attaccare per primo e a rivolgere la propria furia su Marinetti, addirittura cercando di morderlo in testa. Prima dell'attacco infatti aveva dichiarato ai suoi che la rappresaglia era necessaria, così da non permettere che si facesse strada nella testa della gente che ai Vociani, ovvero ai redattori de La Voce, si potesse loro pisciare in testa e che ciò, in seguito, potesse restare impunito, parole sue, non mie... Insomma, altre botte, altro parapiglia, anche questo sedato dalle forze di Polizia che erano presenti in stazione. Portati al cospetto del delegato di stazione, tal cavalier Mancinelli, furono nuovamente interrogati. Il funzionario chiese loro per quale motivo si fossero azzuffati; Marinetti stava per rispondere ma gli fu impedito poiché uno dei redattori della Voce lo anticipò gettando sul tavolo del cavalier Mancinelli un opuscoletto color ruggine sulla cui prima di copertina si leggeva: Uccidiamo il chiaro di luna! di Filippo Tommaso Marinetti. "Ecco ˗ disse il redattore, ˗ ha capito questi che cosa vogliono fare? Vogliono uccidere il chiaro di luna". È probabile che a quel punto il cavalier Mancinelli abbia pensato di avere a che fare con una banda di imbecilli e pertanto dopo aver domandato se qualcuna delle parti volesse dar querela e avendone avuto risposte negative decise di lasciar andare tutti. I futuristi si precipitarono sul binario in quanto il loro treno era in partenza e non avevano nessuna intenzione di perderlo e rimanere ancora bloccati a Firenze. Il treno sbuffava, era già in movimento. I futuristi aprirono uno sportello di uno scompartimento di prima classe e vi saltarono dentro. I redattori della Voce se ne tornarono alle loro occupazioni. Il cavalier Mancinelli abbandonò il proprio ufficio e sotto un sole cocente che infuocava i lastroni che ricoprivano il piazzale antistante la stazione si asciugò il sudore e vi fu qualcuno che disse di averlo sentito mormorare: "Manca solo che qualcuno voglia uccidere il chiaro di luna... ma per carità!"; e questo è tutto quello che ricordo riguardo all'episodio.

Al termine della dettagliata cronaca di Felix, Pancho si chiuse in un meditativo silenzio. ˗ Che hai Pancho? ˗ gli domandò Felix. ˗ Ti vedo assorto in gravi pensieri, ed è da un buon tratto che non proferisci parola. ˗ Stavo pensando... in realtà mi sfugge il motivo per cui si debba uccidere il chiaro di luna. ˗ Non che il loro volere fosse quello di brandire una potente e brunita rivoltella e fare fuoco all'impazzata in direzione della luna. Voleva essere soltanto un audace motto, un'estrosa metafora, coniata da Marinetti per incitare gli animi assopiti a privilegiare l'aspetto industriale, attivo e militaresco, e a indurli ad allontanarsi dai rimasugli di una cultura sterile e impolverata, simboleggiata dalla romantica immagine della luna al di sopra della laguna di Venezia, ormai ridotta a sola meta per turisti. ˗ Per quanto riguarda la parte industriale i loro desideri si sono perfettamente avverati: a un tiro di schioppo da uno dei posti più belli del mondo ci hanno impiantato una puzzolente raffineria, e altre aziende chimiche che... ti lascio immaginare; cantieri e industrie che scaricano a mare ogni sorta di schifezze. A Venezia ci sono stato in viaggio di nozze; tre giorni, poi siamo tornati indietro perché avevamo finito i soldi... bella la città!, ma ricordo anche i canali e l'incredibile quantità di stronzi che galleggiavano a pelo d'acqua. Ah, una latrina fatta e finita, un immenso sciacquone!... a proposito, al museo che abbiamo visitato ho visto una cosa che mi ha colpito: uno scatolotto con dentro, appunto, uno stronzo. ˗ Ah, la Merda d'artista! Opera pregevole di Piero Manzoni. ˗ Pregevole?... ˗ Perbacco! Era il ventuno maggio del 1961 quando l'autore prese novanta barattoli come quelli che si usavano per la carne in scatola e li sigillò. ˗ Ma prima vi cagò dentro, ˗ osservò Pancho in maniera molto acuta. ˗ Poi ci arriviamo... Ai barattoli applicò un'etichetta con la dicitura, tradotta in varie lingue per meglio dare un carattere internazionale all'opera, contenuto netto gr 30 / conservata al naturale / prodotta e inscatolata nel maggio 1961, sulla parte superiore del barattolo, insieme alla firma dell'artista, si può leggere la numerazione progressiva, da uno a novanta, appunto. ˗ Don Felix, mi faccia fare un attimo il conto... dunque, trenta grammi per novanta fa... tre per nove ventisette, aggiungo due zeri, duemilasettecento, diviso mille, due chili e sette etti di merda! Complimenti, se è stata fatta tutta nella stessa giornata è una produzione di tutto rispetto, non c'è che dire! E mi tolga una curiosità, l'artista è riuscito anche a vendere i suoi capolavori? ˗ Non saprei se si fecero subito avanti degli acquirenti, ma stabilì il prezzo cui si sarebbero dovute vendere, cioè l'equivalente di trenta grammi d'oro, al valore attuale poco più di un migliaio di euro... ma gli scatolotti che non sono andati dispersi e che sono rimasti fino ai giorni nostri valgono molto di più, all'incirca settantamila euro, sebbene in qualche asta ignoti e fortunati compratori si siano aggiudicati gli esemplari a un prezzo doppio, triplo, addirittura quadruplo. Poco tempo fa, proprio qui a Milano, uno di quei barattoli è stato venduto alla straordinaria cifra di quasi trecentomila biglietti da un euro. ˗ Chissà la mia a quanto potrebbe essere venduta? Certo è che mi accontenterei di molto di meno. ˗ Per prima cosa dovresti essere un artista o almeno farti passare come tale. ˗ E che ci vuole?! ˗ Dovresti poi dare un significato alla tua opera. Manzoni ha voluto fare un gesto provocatorio, denunciando i meccanismi artefatti e le contraddizioni del mercato dell'arte in cui qualunque porcheria era, e lo è anche tutt'oggi, premiata e considerata sublime arte non per la sua pregevolezza e corrispondenza ai canoni della perfezione ma solo in connessione con la notorietà dell'artista. Detto in parole povere: puoi anche essere un cane ma se sai come venderti avrai successo, puoi essere il pittore, lo scultore, lo scrittore migliore al mondo ma se non hai santi in paradiso morirai di fame, almeno finché sarai in vita. ˗ Ciò significa prendere in giro la gente. ˗ Infatti! Pensa che Bonalumi, un amico di Manzoni, pittore pure lui, avrebbe confessato che all'interno dei barattoli non vi fosse altro che gesso. ˗ C'è gesso o merda? Perché non aprirli? ˗ Perderebbero il loro valore... Una decina di anni fa un giornalista francese, ha portato in giro per vari musei di Parigi una di queste lattine la cui parte superiore era stata scoperchiata. Dentro vi era una seconda lattina più piccola con la stessa dicitura sull'etichetta, ma questa non è stata aperta, non se la sono sentita. ˗ Uhm, il mistero s'infittisce. ˗ Ma Manzoni non ha realizzato solo questo: ad esempio era solito firmare il corpo di modelle vive o marchiare uova sode con le proprie impronte digitali. ˗ È Proprio vero che io non ho capito un cazzo della vita, l'ho già detto questa mattina, ma mi ripeto, avrei dovuto fare il prete oppure l'artista... in fondo sono la stessa cosa. Ci penserò su. ˗ Per il momento è meglio che tu smetta di pensarci e sarà più opportuno che tu prepari le tue cose e che poi te ne vada a dormire: domani ci aspetta una giornata impegnativa, la prima che darà il via alle operazioni. Ti sveglierò io; e mi raccomando di non fare rumore: non voglio che Lorenza si svegli. ˗ Non la portiamo con noi? ˗ Per nulla al mondo, potrebbe essere pericoloso. ˗ Ma è proprio sicuro di voler andare?... di voler fare?... ˗ Ma certamente! Troppo tardi ormai per tornare indietro. ˗ Eh va be'!

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